Rolando Kapanny
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critica e commenti

Scultore del mito nel senso della storia
Rolando Kapanny, pittore e scultore di raffinato stile, sente l’ascendenza della storia nella pratica della sua scultura di cui viene più riferita la sensibilità dell’invito mitologico. Una versatilità forse scoperta a seguito dei suoi tanti viaggi soprattutto in Oriente dove l’aria magica del totemismo d’incanto ha coinvolto il suo pensiero, la sua anima che da un certo naturalismo preistorico poi si esprime a tutta voce con l’arte egizia, mesopotamica, persiana e greca. Un affascinante mondo nel quale Kapanny ispira e matura il suo bassorilievo, per ritrarne il mito delle vicende che più fanno spirito nell’interrogativo del senso costantemente alla ricerca d’una rivelata novità primigenia.
Cosicché la forma che maggiormente raffigura il tempo dell’arte vissuta è la silhouette del bassorilievo, spesso ottenuta lavorando con l’acuto piglio della maestria. L’ambiente ideale che, facendo carico all’innata
spiritualità creativa, poi raggiunge la manifestazione della vicenda storica in cui “Il dio Oro” del tempio di Seti I (circa 1300 a.C.), “Il dio Ammone e la regina Hashepsut” (circa 1500 a.C.), “Metopa di un tempio di Paestum” (VI secolo a.C.) e una “Stele funeraria” (fine VI secolo a.C.) possono orientarci all’idea del percorso storiografico a cui fa epoca ispirativa oggi l’evoluto bassorilievo di Kapanny. Ed anche se i tracciati possono a ragione essere quelli del remoto lo stile invece sa divenire una lucida vena di modernissima fattura.
Bisognerebbe visitare lo studio dello scultore a Paderno Dugnano (MI), per rendersi obiettivamente conto da quale sana radice poetica siano abilitate la scelta e la realizzazione del sorprendente bassorilievo di Kapanny. La struttura culturale del controllo, la crescita regolata allo scrupolo delle masse e l’insieme delle prospettive che muovono l’armonia del bassorilievo. L’opera che rivisitando il passato si trasmette al presente in tutta attualità di stile.
Ma dobbiamo stare attenti a non limitare l’interesse scultoreo di Kapanny al solo ricordo museologico perché l’artista è molto di più.
Egli sa collegare con spedita intuizione la novellistica all’innovativo in cui entrano in gioco le problematiche dei nostri giorni: la congenialità meccanica e cibernetica come quando lo scultore realizza “Operai alla Breda” che unitamente al bassorilievo “Venezia” si riproducono nel testo. Esso esprime l’altro versante di un parallelo di memoria a cui lo scultore pone impegno con tutta la sua personalità, la sua intuizione, la sua poetica.
Non dunque un dato casuale ma di pertinenza al fare scultura di Kapanny, operatore visivo a tensione interdisciplinare, il quale nell’oggetto non accende solo l’ispirato lirico della proposta d’animo, ma anche una diffusa melodia di ritmo musicale che, anche quando non viene simboleggiata, si sensibilizza nella fenomenica atmosfera dell’opera: sia che scintilli echi di remoto, sia ch’emetta urli d’inquietudine dei nostri giorni. La sua scultura, la sua opera sanno diventare una materia parlante, una forma nella quale il rispecchio umano, i suoi drammi e le sue vicende sono tensioni culturali che armonizzano il creativo al quotidiano. Fanno conoscere la voce dell’uomo, la facoltà di uno scultore che va maggiormente scoperto e divulgato perché nella sua produzione artistica vive un linguaggio di ampio interesse.

Giuseppe Martucci
da Arte e Cultura

rinnovamento e vitalità
I l mondo abbonda di Artisti ma, sono pochi coloro che riescono ad affermarsi con seria professionalità.
Rolando Kapanny scultore di chiara fama nato a Castelnovo ne’ Monti (RE) nel 1947.
Dal 1953 vive a Milano e lavora nel suo studio show-room in Via Argentina 30 a Paderno Dugnano a un Km da Milano a fianco della Statale dei Giovi.
Artista così grande è Kapanny, io credo, per il suo dono di ritrovare nuove forme, di ritrovarle continuamente, mentre egli stesso si rinnova.
Le sue opere hanno la gravezza dell’arcaico e la tensione dei nostri istinti più forti. Le loro forme sono le forme elementari dell’era moderna. Il suo oggetto è purtuttavia ancor sempre la figura.
In essa si assomma tutto quel ch’è venuto poi di conoscenza, presagio e destino. Non è la figura tradizionale, svuotata e priva di significati, di periodi estinti. E’ la nostra figura, il principio, come se fosse il principio di oggi.
E’ fuori dubbio che accanto all’inglese MOORE, il Kapanny sia oggi uno dei più grandi scultori. Egli possiede alcune delle qualità più importanti. Innanzitutto un senso del mezzo espressivo, in lui così acuito, che al troppo nobile materiale Legno e Pietra, egli interpone con altri vari materiali che gli permettono di raggiungere effetti preziosi e soddisfano ancor meglio la sua sensibilità plastica.
A tal senso si aggiunge in lui anche il dono delle grandi forme: nella tonalità delle sue figure tutto è denso e architettonicamente compiuto. Perfino i vuoti, che con il colore hanno anch’essi il loro ordine, i loro ritmi, direi addirittura la loro costruzione.
Seguiterà ad aver peso nell’Arte Contemporanea e sarà per essa una fonte essenziale di rinnovamento e di vitalità.

Ivano Golfarelli

spazio, materia, forma e colore nell’arte di Rolan
Artista dai trascorsi pittorici, Rolando Kapanny dev’essere considerato, oggi, più scultore che pittore.
Si tratta, tuttavia, di uno scultore che non va inteso nel senso più tradizionale (e, in fondo, restrittivo) della parola.
Sarebbe, infatti, inutile aspettarsi di vedere nella sua produzione più recente (frutto di lunghi anni di sperimentazioni e di ricerche) quelle opere “a tutto tondo” che caratterizzano, secondo la più diffusa concezione di questa espressione artistica, la scultura vera e propria.
E’ innegabile che si tratti di uno scultore, perché, come tale, si cimenta con la materia. Lotta faticosamente con la durezza della pietra per vincerne la resistenza, per domarla, ma le sue opere sono, quasi tutte, degli “alto” o “bassorilievo”.
Le sue creazioni risultano essere quindi, prevalentemente, dei “pannelli” delle “strutture” (talvolta di peso e dimensioni imponenti) da far “VIVERE” applicati alle pareti. Queste, al di là di un loro arricchimento estetico/decorativo, ne risultano, così, MOVIMENTATE. Quasi anche “STRUTTURALMENTE MODIFICATE”.
Architettonicamente “RIDISEGNATE” perdendo la loro iniziale “PIATTEZZA” ed, incorporando l’opera stessa, che trasformano in una loro inscindibile “PARTE integrante”. Ma non è ancora tutto!
Consapevole che nella scultura, praticamente, manca quasi completamente il “COLORE” e non intendendo rinunciare a questa importante componente (a volte e, sotto certi aspetti, insostituibile) integra le sue creazioni anche cromaticamente, in modo da renderle più idonee ad esprimere meglio il suo modo di “sentire”. Di comunicare.
Ecco allora che al grigiore tonale dell’arenaria, alterna delle “zone”, delle “campiture” variamente dipinte o dorate. Oppure vi aggiunge altri elementi (di legno, di plastica o metallo) che se da un lato, sottolineano e rafforzano le tematiche, i significati, con la loro mirata valenza allegorica o allusiva, dall’altro, ottengono il risultato di attenuare, anche epidermicamente oltre che visivamente, quel senso di “FREDDEZZA” che, generalmente, ci trasmette la pietra.
Nelle opere di Rolando Kapanny, insomma, con quella che sarebbe l’unica e quasi asettica componente di “LUCE ED OMBRA” della scultura, convive quel calore che appartiene solo alle buone opere pittoriche.
Siamo di fronte, allora, ad un vero e proprio connubio, mai casuale, ma ragionato, tra una sorta di “SCULTURA COLORATA” e di “PITTURA A RILIEVO” in perfetto equilibrio. Ad un personalissimo modo di esaltare in “ASSEMBLAGGI” suggestivi e complessi: SPAZIO, MATERIA, FORMA E COLORE
Supportato da una grande ed indubbia preparazione Tecnico/Culturale, sarebbe inutile cercare di inquadrare questo artista all’interno di una ben definita corrente artistica.
Sarebbe troppo facile, infatti, (ma non significativo) ritrovare nelle sue opere delle ispirazioni “ARCAICHE”. Attente, a volte, a certe rappresentazioni jeratiche dell’antico Egitto, altre, all’espressività artistica dell’America precolombiana.
Come sarebbe altrettanto inesatto e limitativo volerlo definire un “Surrealista” solo perché nelle sue opere compaiono, con una certa frequenza, dei personaggi col cappello a “Bombetta” che ci ricordano gli “omini” tanto cari a Magritte.
Oppure volervi vedere, a tutti i costi, degli accostamenti con certe concettualità di Picasso o di Braque.
La verità è un’altra.
Forse è vero che tutti questi riferimenti potrebbero avere anche una loro logica spicciola. Succede a tutti gli artisti, nella loro continua ricerca evolutiva, di sentirsi particolarmente attratti o in sintonia con qualche “personalità” artistica del passato o anche contemporanea, ma è altrettanto vero, e ben più importante, riuscire, come Kapanny riesce, ad attingere dalle esperienze di altri tutto ciò che di buono hanno espresso. A farle entrare nel proprio “bagaglio” intellettuale ed artistico per poi fonderle e trasformarle in qualcosa di assolutamente diverso, di strettamente “personale”. Qualcosa che, prendendo atto dei traguardi raggiunti da altri, tende ad ANDARE OLTRE. A creare quel proprio “mondo” artistico che faccia riferimento solo alla sua specifica ed inconfondibile sensibilità. Alla sua creatività libera, autonoma, indipendente. Al suo essere: “NITISTA”.

Ruggero Valentini
pittore incisore - restauratore - critico e storico dell’Arte

Cos’è la pietra pomice?
Per i non “addetti ai lavori” è una pietra di umili origini né molto conosciuta né tenuta in grande considerazione.
Le mani del maestro Kapanny la trasformano, la valorizzano e la lavorano dandole quella dignità e pregio che di norma si riserva ai marmi.
I bassorilievi dell’artista emiliano danno la sensazione di vivere in Venezie sognanti, in città orientali con le loro coinvolgenti atmosfere e la possibilità di sfiorare morbidi uccelli esotici e colorate farfalle.
Inoltre, il maestro Kapanny, con le sue suggestioni ambientali riesce a trasportare le persone indietro nel tempo, in epoche lontane, togliendole così dal quotidiano e immergendole per qualche attimo in situazioni magiche e incantate.
Questo singolare modo di lavorare la pietra, sino ad oggi usata solo dal maestro Kapanny, ci fa vedere quanto l’essere artista sensibile ed intelligente possa dare rilievo anche a semplici doni della natura.

Irene Maggiori
gallerista

Rolando Kapanny un grande dell’arte contemporanea.

Emilio Brugnetti
pittore
20 giugno 1999

Pensiero di un collega. Ho apprezzato i lavori da lui fatti, penso che egli debba continuare con le sue opere ed azzardo una mia presunzione: egli avrà un sicuro successo, spero che egli continui nella sua ricerca ed affini sempre di più i suoi lavori.

Achille Tosi
pittore
24 giugno 1999

Ho conosciuto il Kapanny casualmente negli anni ‘70 e vidi in lui un giovane sensibile ancorato ai veri significati della vita. Credeva nell’arte, unica ragione emergente della sua esistenza. Tra i molteplici sacrifici e quotidiane rinunce ha finalmente abbattuto tutti i tabù.
Oggi, nel suo studio, osservo le sue opere concretizzate da egocentrici significati.
Emotivamente sostengo che inducono alla riflessione poiché sono l’essenza del suo nomadismo.
Caro Rolando hai emancipato la tua personalità e acquisito tutta l’esperienza che unitamente alla tua solitudine scaturisce ogni tua ispirazione!
Con stima

Albanino Gabriele
poeta e scrittore
29 maggio 1999

La mente gitana
Affascinato estimatore del ricchissimo mondo emozionale del flamenco dove musica, canto e danza si intrecciano evocando profonde sensazioni, Rolando Kapanny insieme alla sua sensibilità d’animo e alla sua “visione artistica” predisposta a raccontare le emozioni attraverso il mondo delle forme e dei colori è diventato uno dei più singolari interpreti di quest’Arte: “lo scultore del Flamenco”.
Nelle sue opere di scomposizione-congiunzione di elementi simbolici legati all’Arte gitana si avverte con immediatezza una penetrante valorizzazione armonica degli elementi.
La magia dei suoni “liberati” dalla scomposizione delle chitarre, si irraggia idealmente in un suggestivo abbraccio totale con altre forme e colori simbolo del Flamenco e della generosa terra andalusa ricca di storia, tradizioni e cultura dell’Arte.
Il risultato è uno spettacolare intreccio evocativo di “suoni”, immagini e sensazioni che il maestro Rolando Kapanny fonde immortalandoli nelle sue composizioni attraverso il dono di una grande comunicativa.
Opere come: Fiesta Flamenca, Ver el Flamenco desde la ventana, Misa Flamenca, Cavalli andalusi, L’ultimo gitano, Uomini della Notte scaturite dalla fervida creatività di Kapanny sono dedicate a importanti chitarristi del mondo flamenco come Paolo Canola, Paco de Lucia, Manolo Sanlucar, Paco Peña, il cantante Duqende, il ballerino Antonio Gades, la ballerina Carmen Affini, il ballerino William Saville che “lo scultore del Flamenco” Kapanny sfoggia da tempo fra sue amicizie personali citandoli come fonte di ispirazione primaria insieme ai loro concerti e alla loro musica che allegoricamente sgorga dalle chitarre, si cristallizza e rivive in ogni centimetro della materia ridisegnata dalle felici mani di Kapanny guidate innanzitutto dalla sua mente “gitana”, viva e libera di interpretare con estro creativo le emozioni della vita.

Paolo Canola
chitarrista e scrittore di Flamenco

La luce della materia
Rolando Kapanny è uno scultore che ha lavorato una vita facendo varie ricerche, usando varie tecniche e operando con vari materiali.
Egli è riuscito a trovare nella materia immagini di interesse per una cultura attuale. Osservando i suoi lavori ci si rende conto come egli ha trovato la luce della materia, ha scoperto le piaghe del tempo.

Ibrahim Kodra
pittore
Milano, 18 giugno 1999

Il realismo magico di Rolando Kapanny
C’è da rimanere attoniti e sbalorditi di fronte alle sue sculture che coinvolgono il fruitore ed accedono istanze metafisiche e surnaturali. L’artista ha il dono di creare un felice Eden in pietra restituendo la vita a donne, uomini ed animali fraternamente accomunati per eternare la “commedia” esistenziale in una dirompente ed esaltante allegoria delle forme. Scaturiscono così da questo Olimpo terreno femmine esuberanti, carnalmente evidenziate, dinamiche nella “mimesi” dell’assunto, estatiche nel gesto, hanno visi arcaici tratte da antiche civiltà, forse draconiane od atlantiche, che si esaltano in visioni fabulistiche, in cui rivive la leggendaria e la poesia delle vetuste leggende. Compaiono tra le quinte uccelli tropicali, farfalle giganti, pavoni e pesci abissali, Lune e Soli, fiori e fari, Venezia ed altri simboli, che alludono a misterici momenti magici, celebrando la quintessenza del mito.
Arditi i profili maestosi delle Sacerdotesse nude; asciutti, severi e scavati dai secoli i visi dei Profeti, circondati da liane, serpenti e mille motivi ancestrali.
Pare di imbattersi da un momento all’altro nella favolosa città d’oro, L’ELDORADO, per il tocco abile e sovrano dell’artista che saggiamente sa far scaturire dalla pietra dipinta le luci e cento riverberi.
Nel 1944 Arturo Martini scriveva l’opera “Scultura lingua morta”, lamentando il freddo riverbero del marmo e della pietra.
Ma Rolando Kapanny ha capovolto questo giudizio apocalittico, restituendo ad un tipo particolare di pietra la “sapienza” degli antichi che dipingevano i templi, per renderli accetti agli Dèi.
Il suo immaginario scultoreo usa parametri contemporanei per alludere al passato, tentando un viaggio a ritroso, guardando però sempre al presente. Da questa felice esperienza “visiva” nasce nelle sue opere una risaltante sintesi “ILLUMINISTICA” che scaturisce dalle superfici aggettanti delle pietre lavorate provocando al “REALISMO MAGICO” evidenziato una vibrazione energetica ricca di emozioni, di autoanalisi, di complessità dell’ Io, di vita affettiva, di conoscenze filosofiche, esoteriche e religiose, in un continuo processo dell’inconscio collettivo.
Stupenda l’impaginazione dell’opera ed il tocco sensuale reso alla materia che pare prendere consistenza come se un “ectoplasma” magicamente avesse conferito la vita alle sue sculture.
Penso che di notte, quando tutto tace e le chimere si rincorrono tra i boschi e le pareti domestiche, i personaggi ed i simboli effigiati da Rolando Kapanny scendano dalle pietre per aprirsi ad una conoscenza interiore a noi sconosciuta.

Antonino De Bono
Critico d’arte e giornalista (Arte + Arte)


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